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giovedì 30 giugno 2011

CASO BATTISTI: LA MANCATA ESTRADIZIONE NON CONVINCE I BRASILIANI

Il caso Battisti, che in Italia è già finito nel dimenticatoio, in Brasile continua a far discutere. La decisione dell'ex-presidente Lula di non concedere l'estradizione, recentemente confermata dal Supremo Tribunale Federale nonostante questi l'avesse antecedentemente negata, riesce incomprensibile non solo a noi ma anche agli stessi brasiliani.
Lo scrittore Ferreira Gullar, in un articolo apparso il 26 giugno sulla Folha de Sao Paulo, definisce  senza mezzi termini Battisti un "cretino settario" che insieme a uno sparuto gruppo di compagni voleva conquistare il potere con le armi non riuscendo a farlo con mezzi democratici in un periodo in cui in Italia vigeva la democrazia. Fuggito in Francia dopo aver ucciso quattro persone e successivamente in Brasile, paese in cui è entrato illegalmente, è riuscito a farla franca solo perché ha scritto un libro in cui proclamava di rinunciare alla lotta armata. Ma, si domanda Ferreira, a che cosa serve questa rinuncia dal momento che il suo gruppuscolo era stato smantellato e lui stesso non poteva più vivere in Italia?
Insomma sembra che gli stessi brasiliani non sappiano trovare una risposta al perché mai Lula abbia deciso di non concedere l'estradizione, mentre in Italia non ci si è posti nemmeno la domanda limitandosi a esprimere la propria pur comprensibile rabbia per l'incomprensibile decisione.
Il comportamento di Lula a me sembra figlio di quella stessa madre che in Italia, nel periodo dei fatidici Anni  di Piombo, faceva sì che gli autori delle violenze commesse in nome di un'ideologia venissero considerati "compagni che sbagliano". Per non mettere in discussione quella stessa ideologia, che scambiava per una dittatura una democrazia sia pur largamente imperfetta, ci si limitava a tirare le orecchie a quei "bricconi" che sbagliando avevano commesso qualche marachella. Peccato che non di marachelle si trattasse, ma di atti delittuosi.
"E la vita delle persone che ha ucciso, chi paga per questo?", si domanda Ferreira. Già, chi paga?

In base alla legge 633 del 22 Aprile 1941 è vietata ogni riproduzione parziale o totale del testo. Eventuali citazioni dovranno riportare la fonte da cui sono tratte.

giovedì 9 giugno 2011

TRA DONNE E POLITICA E' AMORE SOLO DOPO I CINQUANTA

Tra donne e politica, si sa, non è amore a prima vista. Basta frequentare una qualsiasi sede di partito o di gruppo a carattere politico per vedere quanto sia esigua la presenza femminile rispetto a quella maschile.
I motivi fondamentali, a mio parere, sono due: la difficoltà di conciliare il doppio lavoro (di sostentamento e di cura) con un ulteriore impegno al di fuori delle mura domestiche, e la preponderanza di logiche maschili (maschiliste?) nel modo di fare politica.
A causa del primo, spesso le donne si avvicinano alla cosa pubblica in età non più giovanissima: ce lo conferma la recente ricerca condotta da Francesca Crosta e Francesca Zajczyc (quest'ultima in odore di futura assessora nella Giunta Pisapia) per conto del Dipartimento di Sociologia e Ricerca sociale dell'Università Bicocca. Il campione è relativamente piccolo (246 intervistate, di cui il 55,4% residente al Nord) ma, stante la scarsità di ricerche a questo riguardo, offre comunque uno spaccato interessante.
A dichiararsi meno coinvolte da questo argomento sono le 30-39 enni (meno del 10%), mentre il coinvolgimento cresce leggermente tra le under 30 e le 40-49 enni (20%), per esplodere tra le ultra-cinquantenni (40%). Da non trascurare il fatto che quest'ultima fascia di età corrisponde alla generazione delle ex-sessantottine, cresciute a pane, assemblee e cortei studenteschi.
Ma, politica a parte, quali sono i valori centrali per l'altra metà del cielo? Famiglia, salute e realizzazione personale sono in cima alla top-ten, seguite da cultura, amore e impegno sociale. Se però scorporiamo i dati in base all'età, si nota una preponderanza tra le giovani dei temi più legati alla sfera personale mentre, man mano che si sale a età più avanzate, l'interesse tende a spostarsi verso valori a carattere sociale.
Notevole poi la correlazione  tra titolo di studio e interesse per la politica, che si rivela abbastanza alta tra le donne in possesso di una laurea, risicata tra quelle in possesso di diploma e inesistente per i gradi di scolarizzazione inferiore.
Infine, il 36% delle intervistate preferirebbe essere rappresentato in politica da una donna.
Mi sorge un dubbio: il neo-sindaco di Milano, che in campagna elettorale ha promesso che il 50% della sua Giunta sarebbe stato a componente femminile, avrà avuto i risultati dell'indagine in anteprima?

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