Il caso Battisti, che in Italia è già finito nel dimenticatoio, in Brasile continua a far discutere. La decisione dell'ex-presidente Lula di non concedere l'estradizione, recentemente confermata dal Supremo Tribunale Federale nonostante questi l'avesse antecedentemente negata, riesce incomprensibile non solo a noi ma anche agli stessi brasiliani.
Lo scrittore Ferreira Gullar, in un articolo apparso il 26 giugno sulla Folha de Sao Paulo, definisce senza mezzi termini Battisti un "cretino settario" che insieme a uno sparuto gruppo di compagni voleva conquistare il potere con le armi non riuscendo a farlo con mezzi democratici in un periodo in cui in Italia vigeva la democrazia. Fuggito in Francia dopo aver ucciso quattro persone e successivamente in Brasile, paese in cui è entrato illegalmente, è riuscito a farla franca solo perché ha scritto un libro in cui proclamava di rinunciare alla lotta armata. Ma, si domanda Ferreira, a che cosa serve questa rinuncia dal momento che il suo gruppuscolo era stato smantellato e lui stesso non poteva più vivere in Italia?
Insomma sembra che gli stessi brasiliani non sappiano trovare una risposta al perché mai Lula abbia deciso di non concedere l'estradizione, mentre in Italia non ci si è posti nemmeno la domanda limitandosi a esprimere la propria pur comprensibile rabbia per l'incomprensibile decisione.
Il comportamento di Lula a me sembra figlio di quella stessa madre che in Italia, nel periodo dei fatidici Anni di Piombo, faceva sì che gli autori delle violenze commesse in nome di un'ideologia venissero considerati "compagni che sbagliano". Per non mettere in discussione quella stessa ideologia, che scambiava per una dittatura una democrazia sia pur largamente imperfetta, ci si limitava a tirare le orecchie a quei "bricconi" che sbagliando avevano commesso qualche marachella. Peccato che non di marachelle si trattasse, ma di atti delittuosi.
"E la vita delle persone che ha ucciso, chi paga per questo?", si domanda Ferreira. Già, chi paga?
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